Lo scetticismo verso la trasformazione digitale delle imprese

Che il cambiamento sia al centro dell’agenda relativa allo sviluppo del sistema economico e industriale del Paese è un dato pienamente assodato. Lo stesso intervento governativo che punta a creare una fitta rete di incentivi per l’affermazione del modello Industry 4.0 dimostra come si stia indirizzando la crescita verso un nuovo approccio, che per la prima volta pone il cambiamento come perno del futuro dell’impresa. Questo mutamento è legato alla presa d’atto che il cambiamento non è più un’opportunità da cogliere e per ciò stessa eventuale. Ma è una necessità che si impone per sopravvivere in un contesto internazionale sempre più caratterizzato da un alto tasso di competitività in cui la trasformazione digitale gioca un ruolo determinante. Da essa infatti deriva la capacità non solo di potersi confrontare con i mutamenti tecnologici in continua crescita ma anche la possibilità di restare nel mercato con una piena sostenibilità dei costi.

La trasformazione digitale è infatti una delle chiavi per ottimizzare gli equilibri di finanza interna consentendo di valorizzare risorse umane e prodotto.
Ma come spesso capita si fa presto a dire cambiamento quando si parla di aziende e trasformazione digitale. In realtà alla generale condivisione – almeno in teoria e a parole – che prevale nel dibattito economico sulla necessità di traghettare il sistema imprenditoriale italiano verso un profondo cambiamento, non corrisponde nei fatti un sentimento positivo. Anzi, a prevalere è un profondo senso di scetticismo.

A dirlo con numeri davvero sorprendenti, almeno per certi aspetti, è un recente studio condotto dalla società di ricerca Idc su mandato di Cornerstone OnDemand, che è fra la principali società mondiali di consulenza sulle risorse umane.

Nel management delle aziende italiane è radicato infatti il convincimento che il cambiamento sia tutt’altro che un traguardo a portata di mano. Tra i maggiori fattori di ostacolo individuati, spiccano la generale resistenza al cambiamento delle persone, l’inadeguatezza delle scelte direzionali e a seguire la mancanza di risorse adeguate per poter sostenere i necessari passaggi verso il cambiamento.
Un quadro decisamente pessimista che fornisce però uno spaccato di sicuro interesse per quelle realtà che credono fortemente nella digital transformation.

Vista non più come un’opportunità eventuale su cui indirizzare risorse ed investimenti ma come una necessità senza cui si verrà esclusi da un mercato in cui a rimanere in piedi saranno soltanto quelle realtà capaci di seguire ed essere un passo avanti ai principali percorsi evolutivi.

Lo studio però non si limita a fornire un quadro sconfortante. Si occupa infatti di dare voce ad una serie di proposte. Ad iniziare dalla valorizzazione dei talenti che devono essere preservati e di cui bisogna disincentivare pericolosi esodi verso altre realtà concorrenti. Investire sulle risorse umane è ritenuto il primo passaggio per cogliere la locomotiva del cambiamento. Correlato a questa priorità vi è l’auspicio da parte dei responsabili delle strutture Hr delle realtà intervistate, che diventerà decisiva la capacità di realizzare una nuova modulazione dei meccanismi di incentivazione alla crescita delle risorse umane. Incentivi che dovranno essere orientati a valorizzare competenze e capacità in un’ottica decisamente più meritocratica di quanto sovente riscontrato.

Infine lo studio permette di avere un ulteriore elemento per valutare quale sia lo stato di percezione del cambiamento fra i responsabili delle risorse umane. Qui a emergere è uno stato mentale più che un realtà, caratterizzato da un senso di inferiorità nei confronti delle altre nazioni. Se i paesi dell’area europea nord continentale si contraddistinguono per una coscienza molto forte che li fa sentire all’altezza degli altri paesi in materia di digitali transformation e addirittura superiori ad altri Paesi, in Italia la situazione è decisamente diversa. A farsi strada è infatti un profondo senso di inferiorità che è legato molto ai fattori individuati in premessa ma anche ad una generale sfiducia nel sistema Paese.

Insomma la trasformazione digitale necessita non solo di tecnologie avanzate ma anche di un rinnovato sentimento di fiducia che deve radicarsi oltre che negli imprenditori e nel top management chiamato a compiere scelte decisive per lo sviluppo, anche fra i responsabili delle strutture human resources.

Queste figure apicali oltre ad essere determinanti per la selezione e la valorizzazione dei talenti, risulteranno decisive per diffondere un clima di fiducia e di partecipazione al cambiamento di tutte le strutture aziendali realizzando un tassello imprescindibile per portare a termine qualsiasi percorso di cambiamento.