Alfa Group e Credimi insieme per le PMI

alfa group e CredimiAlfa Group e Credimi insieme per le PMI

Alfa Group e Credimi hanno il piacere di annunciare la loro collaborazione dedicata alle PMI e alle imprese italiane per una gestione facile e veloce del servizio di anticipo delle fatture e del credito.

Credimi è un innovativo prodotto finanziario digitale che permette di anticipare qualsiasi fattura, e liquidarla, senza impegno in 48 ore. Grazie al lavoro di Alfa Group, da oggi Credimi può essere integrato direttamente nel gestionale SAP Business One, così da trovare immediatamente le fatture disponibili per l’anticipo su Credimi.

Alfa Group e Credimi hanno condiviso nei mesi scorsi l’avventura di Andrea Fantini e Alberto Bona, i due navigatori italiani che hanno preso parte alla regata atlantica Transat Jacques Vabre. La condivisione dei valori e l’entusiasmo scaturito dall’impresa sportiva si è rapidamente trasformato in un progetto comune con al centro le imprese italiane.

GDPR, da obbligo a opportunità

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GDPR, da obbligo a opportunità

Il 25 maggio 2018 si avvicina sempre di più: una data vissuta con affanno dalle aziende di tutti i Paesi dell’Unione Europa, che segna l’entrata in vigore del Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali (General Data Protection Regulation, GDPR). Siamo di fronte a una piccola grande rivoluzione per tutte le imprese comunitarie, che dovranno obbligatoriamente adeguarsi alla nuova normativa entro le scadenze stabilite.

Lavorare per la piena conformità al GDPR è un sforzo significativo per ogni azienda, specialmente per le PMI, ma che nasconde anche molte possibilità in termini di crescita e di business. Molte di queste possono trasformarsi in reali opportunità e Alfa Group può aiutarvi a individuarle

Cosa prevede il GDPR

Nel Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali l’approccio delle Autorità di Bruxelles è stato basare la protezione dei dati sull’analisi del rischio, obbligando tutti coloro che hanno a che fare la privacy altrui all’introduzione di misure tecniche ed organizzative adeguate al rischio calcolato, come ad esempio il registro delle attività di trattamento. Il registro, in particolare, è obbligatorio per le organizzazioni con un elevato numero di dipendenti (più di 250) – o che trattino dati su larga scala – ma risulta essenziale anche per i fornitori più piccoli, che per interfacciarsi con grandi realtà avranno bisogno di comprovare la perfetta compliance alla normativa.

In ultima analisi, dunque, il GDPR vuole introdurre sistemi di gestione della privacy che possano dimostrare in maniera rapida e trasparente le procedure seguite fin dall’inizio del trattamento (privacy by design e by default). Un passaggio che risulta essenziale sia nel caso di una verifica da parte dell’autorità di controllo e sia per la reputazione e l’immagine aziendale.

Un’impresa perfettamente compliance al GDPR, infatti, sarà in grado di rafforzare il rapporto e i legami verso le realtà con cui si interfaccia – altre aziende, partner, fornitori, istituzioni – generando un processo virtuoso di reciproca fiducia.

Quando il GDPR diventa un’opportunità

L’aderenza al GDPR richiede alle aziende di investire per introdurre le misure richieste. Un costo, dunque, ma che potrà rapidamente essere trasformato in un’opportunità.

L’esempio che meglio rappresenta questa ambivalenza è quello del laboratorio di analisi. Una piccola azienda, ipotizziamo con meno di 25 dipendenti, ma che ha a che fare con la Privacy dei migliaia di clienti che l’hanno scelta. Tutti questi dati personali vanno conservati e tutelati, sia per garantire un diritto dei pazienti, ma anche per l’impresa stessa, che ha nella riservatezza uno dei propri punti di forza. Inoltre – sempre nell’esempio del nostro laboratorio d’analisi – se quest’ultimo volesse espandere il business e diventare fornitore di servizi esterni per una clinica, dovrà dimostrare di essere perfettamente compliance al GDPR, così da permettere lo scambio di dati nel pieno rispetto del nuovo regolamento europeo. Insomma, l’aderenza al nuovo regolamento diventerà tra pochi mesi una sorta di bollino di qualità, che permetterà alle aziende di aumentare il proprio mercato e quindi il business.

E non solo. Perché la piena conformità al GDPR sarà un vantaggio anche per l’organizzazione interna dell’azienda, che potrà mettere al sicuro informazioni rilevanti ed essenziali del suo core business.

Proteggersi al meglio, in sostanza, mettendo al sicuro sé stessi e il lavoro che si svolge tutti i giorni.

Le soluzioni di Alfa Group

Alfa Group, presente sul mercato dei servizi e delle soluzioni informatiche da oltre vent’anni, è da tempo al lavoro per aiutare partner e clienti ad essere pienamente conformi al regolamento GDPR.

La Software House del Gruppo, in particolare, ha progettato e sviluppato un modulo specifico per il GDPR nell’interno di RHD, la piattaforma proprietaria di Business Process Management.

Il modulo permette la tracciabilità e la gestione dei trattamenti sui dati personali, garantendo il pieno rispetto dei principi stabiliti dalla disciplina europea durante tutto l’iter del processo approvativo e di valutazione del rischio (accountability). Inoltre, la funzione di orchestratore e la flessibilità di RHD permettono di adattare il software in base alle esigenze specifiche richieste dal cliente.

Ad esempio, è possibile importare check list predeterminate di valutazione del rischio e connettere il prodotto a software esterni di sicurezza informatica per poi analizzare i risultati con un’interfaccia unica e semplificata, in modo da avere tutte le informazioni utili al decision in pochi click.

Alessandro Iloti

Responsabile Alfa Group-Bologna

 

 

Le competenze che mancano all’Industria 4.0

I settori principali su cui le aziende devono migliorare le proprie competenze per immettersi competitivamente nell’industria 4.0 sono i Big Data e Internet of things. Distribuire queste conoscenze nei diversi settori dell’azienda e potenziare il rapporto con gli istituti di ricerca sono aspetti fondamentali della nuova industria 4.0. Per affrontare questo cambiamento sostanziale e passare dalla vecchia classica gestione aziendale al moderno piano industriale le imprese dovranno progredire modificando la vecchia visione dell’azienda attraverso l’inserimento di nuove risorse umane su cui poter contare come il Chief Digital Officer e l’Innovation Manager.

Con il piano Industry 4.0 s’intende innovare il sistema produttivo italiano su modelli gestionali moderni e tecnologici per questo bisogna puntare sugli investimenti nel settore ricerca e sviluppo. Con l’industria moderna si costruisce una nuova cultura d’impresa basata su miglioramenti nelle conoscenze digitali e sull’inserimento di nuove conoscenze tecnologiche moderne e innovative.

Una ricerca effettuata dall’Osservatorio Competenze Digitali ha messo in risalto i settori d’intervento principali in cui bisogna migliorare le conoscenze: Big Data e Internet of things. Distribuire le competenze nelle diverse aree lavorative sarà molto importante per aggiornare le conoscenze di tutta l’azienda, dal settore della produzione a quello della gestione del magazzino. A promuovere lo studio ci sono state importanti associazioni come Assinform, AICA, Assinter Italia e Assintel in collaborazione con MIUR e AgID.

Il passaggio al nuovo piano industriale sarà guidato da figure professionali in grado di unire alle conoscenze dei protocolli industriali i saperi tecnologici riguardo Big Data, Internet of things e Cloud. Azioni strategiche di supporto saranno fondamentali per poter effettuare questo cambiamento e raggiungere obiettivi importanti dall’ottimizzazione delle produzioni ad uno snellimento delle operazioni di logistica.

Per il successo delle imprese saranno determinanti le nuove figure professionali del Chief Digital Officer e dell’Innovation Manager che hanno il compito di interagire costantemente con le diverse aree dell’azienda per dare valore alla realtà imprenditoriale in un’ottica digitale. Nell’industria 4.0 trovano posto tutti i nuovi professionisti esperti in tecnologia come i Technology Innovation Manager, i Big Data Scientist, i Robotics & Automation Manager e i Cognitive Computing.
È evidente che nell’industria digitalizzata saranno indispensabili una serie di conoscenze in ambito tecnologico che si andranno ad integrare nei piani strategici richiedendo capacità di creatività e di leadership. Dai dati dell’Osservatorio emerge un attuale saldo negativo nel passaggio al piano 4.0 con una necessità di circa 12 mila laureati a fronte di circa 8 mila figure specializzate. Le problematiche rilevate mettono in evidenza una carenza di laureati ICT rispetto al numero di professionisti occorrenti per soddisfare le richieste delle aziende.

Secondo l’Osservatorio Competenze Digitali bisogna agire con interventi orizzontali, per promuovere le competenze digitali all’interno dell’azienda, e verticali per aumentare il numero di laureati. Un obiettivo che si può raggiungere rendendo i corsi di studio particolarmente attrattivi agli occhi degli studenti. A questo scopo appare significativo come gli studenti si interessino agli sbocchi lavorativi dei piani di formazione prima di effettuare una scelta. Puntare sulla valorizzazione degli sbocchi lavorativi e sull’incoraggiamento di nuove imprese digitali e start up tecnologiche rappresenta un primo passo importante per creare un equilibrio tra domanda e offerta e aumentare il numero di figure professionali specializzate nell’ambito tecnologico.

Con gli incentivi governativi è possibile una svolta verso l’industria 4.0

Un utilizzo sempre più massiccio della tecnologia e della gestione digitale di ogni tipo di attività produttiva, dalle grandi fabbriche fino alle piccole e medie realtà imprenditoriali, ha portato ad una maggiore attenzione verso il piano industria 4.0.

Ad essere travolto dai cambiamenti della digitalizzazione non è stato solo il settore del commercio ma anche quello dei servizi, con tutta una serie di richieste di documentazioni e comunicazioni con gli enti pubblici che si è trasformato in uno scambio di informazioni on line. Tutti gli aspetti tradizionali con cui fino a qualche anno fa venivano gestite le grandi aziende oggi vengono messe in discussione da un modello gestionale digitalizzato che ha permesso di ampliare i servizi da offrire e di poter contare su un modello multi settoriale per acquisire nuovi clienti che materialmente non avrebbero mai acquistato presso l’azienda. Oggi innovazione e digitalizzazione sono diventate le parole d’ordine per riuscire a porsi in modo competitivo in un mercato altamente concorrenziale e per non perdere l’incredibile opportunità di crescita offerta dall’era 4.0.

Per mettere tutte le aziende nelle migliori condizioni per approdare alla digitalizzazione d’impresa il Governo ha approvato il piano Industry 4.0 erogando incentivi a sostegno di tutti gli investimenti da effettuare nel campo digitale e tecnologico. Il piano nazionale prevede iper e super ammortamenti con percentuali che possono arrivare fino al 250%. Nello specifico il piano prevede ammortamenti nell’acquisto di beni strumentali nuovi pari al 140% e incentivi al 250% per tutti gli investimenti materiali e i sistemi da attuare per lavorare nell’industria 4.0. Con questa iniziativa il Governo intende dare un sostegno concreto alle imprese per riuscire a portare il mercato imprenditoriale italiano ai massimi livelli nell’industria digitalizzata. In particolare il piano 4.0 si pone l’obiettivo di diffondere le conoscenze su tutti i vantaggi conseguibili, individuare il grado di preparazione delle aziende per il passaggio alla nuova era e mettere in risalto tutte le aree di miglioramento. Obiettivo principale del piano nazionale è creare un sistema semplificato di scambi d’informazione tra aziende e strutture di supporto per trasferire le competenze tecnologiche e dare uno stimolo alla ricerca e allo sviluppo.

Tra i beni acquistabili che possono beneficiare degli ammortamenti c’è la tecnologia “radio frequency identification“, un sistema intelligente e connesso che permette di marcare e tracciare ogni lotto produttivo o prodotto singolo messo a punto da Checkpoint Systems. Questo sistema si rivela funzionale e perfettamente in linea con l’ammodernamento del settore industriale. Con il sistema RFID vengono utilizzati un chip e un’antenna per attivare lo scambio delle informazioni in radiofrequenza. In questo modo la nuova tecnologia riesce a fornire una lettura dei codici e trasmettere i dati al database identificato con il proprio numero seriale. I dati gestiti in modo informatizzato migliorano tutte le fasi lavorative in ogni settore economico. Inoltre questo sistema si rivela particolarmente efficace anche nella lotta ai prodotti contraffatti, dai detersivi ai giocattoli e tanto altro ancora.

In un’ottica in cui la priorità assoluta nel settore industriale è rappresentata dall’investimento in ricerca e sviluppo la tecnologia “radio frequency identification “ migliora la gestione aziendale al 100%, apportando numerosi vantaggi anche nella gestione del magazzino e della clientela eliminando gli sprechi e dedicando maggiore attenzione ai clienti per offrire prodotti sempre disponibili. Nel mercato economico del futuro è importante strutturare tutto il lavoro ponendo al centro dell’azienda il cliente per identificare tutte le sue necessità ed offrire un servizio su misura in grado di fidelizzare e soddisfare la clientela. La strategia multicanale si conferma la strategia vincente per porsi in modo competitivo nell’industria del futuro.

Come possono cambiare le imprese italiane con il digitale

Secondo le ultime statistiche arrivano risposte positive dal mercato al piano industry 4.0 nel primo semestre dell’anno. Stando a quanto riportato dagli esperti il dato è destinato a continuare a crescere anche nella seconda parte dell’anno grazie all’entrata in vigore della misura del piano industriale riguardante i competence center che, insieme agli innovation hub, accompagneranno le aziende in questo processo di cambiamento al 4.0.

Confindustria, Cna, Confcommercio e Confartigianato hanno progettato oltre 200 innovation hub, numero che preoccupa il presidente di Confindustria per il settore innovativo e tecnologico, Gianni Potti, per l’alto rischio di creare confusione. Come dichiarato da Potti in Veneto ci sono già migliaia di contatti per avere informazioni sugli incentivi fiscali legati al superammortamento. Il piano si pone l’obiettivo di arrivare ad un giusto equilibro tra investimenti e competenze per formare ed individuare figure professionali altamente qualificate in grado di gestire le nuove mansioni per un lavoro di qualità.
Per il piano 4.0 inizialmente il Governo aveva previsto uno stanziamento di 100 milioni di euro per i competence center, diminuiti a 30 milioni per il biennio 2017-2018 con l’attuazione della Legge di Stabilità 2017, a cui vengono aggiunti altri 30 milioni per il biennio 2018-2019 dalla manovra correttiva che ha permesso di portare a 60 milioni di euro l’investimento per il quadriennio 2017-2019 con 20 milioni di euro stanziati per ogni anno. Non basta l’innovazione tecnologica, ma occorre studiare una strategia personalizzata su ogni impresa per poter massimizzare i benefici previsti dal piano. Secondo Marco Taisch, docente al Politecnico di Milano, nel secondo semestre la crescita andrà ben oltre il + 21% registrato nel primo periodo dell’anno, grazie ai risultati ottenuti dall’investimento nel campo digitale, invitando il Governo a prorogare gli incentivi.

Il tessuto imprenditoriale italiano non è formato solo da grandi imprese, ma ci sono anche tante piccole e medie realtà imprenditoriali che devono imparare a muovere i primi passi nell’innovazione tecnologica. Smettere di investire nel piano 4.0 nel prossimo anno sarebbe la scelta più azzardata del Governo che vanificherebbe tutto il lavoro svolto nel 2017. Favorire non solo l’iperammortamento ma anche i crediti d’imposta per la ricerca e l’innovazione ed altre misure fiscali che promuovano il rinnovamento è la vera chiave di svolta.

Dati iniziali sul numero di imprese che stanno sfruttando gli strumenti previsti nel piano 4.0 saranno resi noti dall’osservatorio dell’industria 4.0 a breve, il prossimo 23 giugno, e mostreranno anche quali sono le misure su cui le imprese italiane hanno deciso di puntare maggiormente, ma per i dati ufficiali e definitivi occorre attendere la chiusura dei bilanci delle singole imprese. Da una prima ricerca i dati raccolti mostrano non solo un interesse verso gli ammortamenti, ma anche verso tutte le altre misure del piano.

Federmanager sostiene la posizione del docente del Politecnico, ritenendo fondamentale l’aiuto del Governo e l’intervento delle associazioni per far crescere il PIL nazionale. Secondo il direttore, Mario Cardoni, nel nostro paese c’è un’ampia fetta di aziende, formata dalla quasi totalità delle piccole e medie imprese, per una percentuale che arriva a sfiorare il 95%, che non ha conoscenze per operare nell’industria 4.0. Per tutte queste imprese è fondamentale un accompagnamento nell’evoluzione non solo da un punto di vista di incentivazione, ma anche di formazione professionale per acquisire le giuste competenze per poter investire nella tecnologia, obiettivo perseguito da Confapi e Confindustria che, in collaborazione con Federmanager, hanno messo in atto un percorso di formazione per creare figure manageriali.

Inoltre è attivo anche un percorso che porta a certificare le conoscenze acquisite per favorire l’inserimento di figure professionali esterne per poter gestire le aziende e portarle nel mercato dell’industria 4.0.
In conclusione il direttore generale di Federmanager afferma che il piano 4.0 non è solo una semplice innovazione tecnologica, ma è una nuova organizzazione aziendale, in cui al centro del lavoro non viene messo più il prodotto da mandare in produzione ma il cliente, per riuscire a personalizzare servizi e prodotti, rispondendo in modo positivo alle richieste di mercato, per ottenere la soddisfazione della clientela. È indispensabile prevedere un investimento nella forza lavoro, almeno fino al 2020, per dare tempo alle aziende di programmare ed intraprendere il processo di crescita.

Riconoscere i bisogni dei consumatori in tempo reale grazie all’industria 4.0

L’avvento delle nuove tecnologie sta creando, come spesso capita quando ci si trova ad affrontare cambiamenti epocali, due fronti opposti: da un lato gli entusiasti senza condizioni dell’affermazione di nuovi traguardi grazie all’automatismo di massa. Dall’altra gli scettici ovvero i più timorosi.

I primi sono ovviamente convinti che le nuove tecnologie – robotica e intelligenza artificiale fra tutte – saranno determinanti per creare nuove condizioni di crescita e sviluppo. I secondi invece, temono che le nuove tecnologie provocheranno una perdita di posti di lavoro e su larga scala un impoverimento per l’economia reale.

A guardare alcune proiezioni, nonché i risultati concreti ottenuti in alcuni settori, a prevalere è un generale ottimismo dettato dalla convinzione che i cambiamenti in atto determineranno un miglioramento delle condizioni della produttività e quindi della crescita. Le nuove tecnologie infatti si candidano non solo ad incentivare, a migliorare e a razionalizzare numerose attività sinora portate avanti dai lavoratori in molti settori, ma potranno apportare numerosi benefici. Questo significherà ad esempio la possibilità di liberare il lavoratore dallo svolgimento di alcune mansioni considerate oggi a basso valore aggiunto, come le operazioni ripetitive, e indirizzare così energie e risorse verso nuove attività per le quali potranno essere valorizzate competenze che sono oggi trascurate.

L’ avvento delle tecnologie in particolare rivestirà un ruolo determinante per comprendere in tempo reale le esigenze della clientela acquisita e potenziale. Una delle massime aspirazioni delle imprese potrà trovare la piena realizzazione grazie all’apporto di dispositivi tecnologici che potranno essere inseriti nei prodotti. In particolare l’inserimento di microchip consentirà di ricevere in tempo reale feedback circa il gradimento e l’utilizzo dei prodotti, innescando processi di interazione fra consumatore e produttore di rilevanza epocale. Gli effetti sono facilmente immaginabili ma non tutti pienamente rilevabili nella loro portata. Effetti che si riverbereranno sul mercato e sulla produzione.

Il consumatore finale infatti non sarà più visto semplicemente come un acquirente, bensì come colui che potrà beneficiare degli effetti positivi derivanti da questa nuova interazione. La tecnologia che si sta affermando in questi ultimi anni si sta configurando finalmente come un insieme di servizi e di opportunità al servizio dell’uomo perché capovolge il sentimento di generale diffidenza.

Questi cambiamenti realizzeranno invece un nuovo rapporto fra uomo e tecnologia, in particolare grazie all’evoluzione dell’intelligenza artificiale e in generale dei processi di automatizzazione. Questi stanno indirizzando la società verso una nuova percezione della tecnologia che sarà sempre più utile a migliorare la condizione della quotidianità ed in particolare la condizione dei lavoratori che potranno essere sollevati da numerose attività oggi considerate routinarie e domani affidate a processi interamente automatizzati. In sostanza non sarà più l’uomo a doversi adattare alla tecnologia ma quest’ultima ad adattarsi all’uomo.

La prospettiva sarà quindi indirizzata a rendere la tecnologia non un sostituto ma uno strumento di ausilio alle attività umane. Tra queste verranno ricomprese quelle che arricchiranno le esperienze di acquisto e di consumo commerciale.

Industry 4.0, le aziende richiedono proroga degli incentivi

Nel primo trimestre dell’anno gli incentivi alle imprese sono cresciuti e continueranno per tutto il 2017. Gli imprenditori non sono però soddisfatti della durata, così chiedono di prorogare l’iperammortamento e di stabilizzare il superammortamento.

Il piano Industria 4.0 varato dal Governo è stato accolto con successo nei primi 3 mesi dell’anno facendo registrare al mercato italiano un incremento del 22% di ordini. Stando alle previsioni, questo trend positivo è destinato a crescere ancora fino a dicembre. Secondo Massimo Carboniero, presidente UCIMU, le aziende hanno risposto con entusiasmo agli incentivi perché vogliono fare un salto di qualità in termini di innovazione, tecnologie ed interconnessione.

Va più cauto Marco Vecchio, segretario di ANIE Automazione, che parla di un saldo del +4-5% per le imprese del settore elettronico ed elettrotecnico. Si tratta però di una crescita strutturale, che non risente ancora dell’effetto degli incentivi. Tuttavia questi potrebbero far guadagnare al mercato un 4-5% aggiuntivo nei prossimi mesi, per chiudere l’anno con un incremento complessivo del 10%. Secondo Vecchio il dato del +22% riguarda solo il mercato italiano ed influenza positivamente appena il 20% del fatturato, visto che le esportazioni sono pari all’80%. Va pertanto ridimensionato al +4% se si considera il mercato totale.

Un’altra ventata di ottimismo arriva anche dall’ultimo sondaggio dell’API, associazione delle piccole e medie imprese, dal quale è emerso che la metà delle aziende sfrutterà gli incentivi durante il 2017. In particolare il 25% di esse effettuerà investimenti consistenti nell’industria 4.0, mentre il 56% lo farà in maniera più marginale. Paolo Galasso, presidente API, sottolinea che esiste un 11-12% di imprese lungimiranti che ha già iniziato negli scorsi anni ad investire in questa direzione e continuerà a farlo anche adesso approfittando degli incentivi. A ciò va aggiunto che un altro 42% di imprenditori si dichiara molto interessato all’industria 4.0, lasciando emergere un bacino di utenza considerevole di “imprese-target” da agganciare. La loro attenzione è rivolta a 2 aspetti che incrementano i livelli di garanzia e sicurezza: l’automazione, che permette il controllo degli impianti, e la riduzione dei rischi per i lavoratori.
Secondo la previsione di Paolo Manfredi, digital manager di Confartigianato, entro fine anno il 60% delle aziende artigiane effettuerà investimenti sul revamping delle macchine. Attualmente stanno investendo in settori quali automotive, riscaldamento e pompe sommerse; per le piccole e medie imprese lombarde l’API segnala anche quelli dell’healthcare e della smart home.

Nonostante le prospettive rosee, non va giù agli imprenditori la breve durata degli incentivi, che a loro avviso il Governo dovrebbe posticipare. Vecchio di ANIE ribadisce l’importanza di mantenere la continuità sugli incentivi visto che il processo di Industria 4.0 non dura solo un anno. Anche l’UCIMU ha le idee molto chiare, tanto da chiedere:
1. la proroga dell’iperammortamento al mese di giugno 2019, per agevolare le aziende che se ne avvalgono tramite una strategia di medio termine;
2. la stabilizzazione del superammortamento, che dovrebbe diventare strutturale.

Manfredi di Confartigianato propone di prolungare almeno i tempi in cui versare l’acconto del 20%, poiché i competence center che aiuteranno le imprese a passare al 4.0 saranno avviati solo il prossimo novembre. Con la legge attuale esse corrono il rischio di non avere le competenze necessarie per orientare gli investimenti nel campo.

Sulla questione si esprime anche Galasso dell’API, ricordando che grazie al successo ottenuto è stata prorogata nel tempo anche la Legge Sabatini, che incentiva l’acquisto di nuovi macchinari. Non a caso è stata inserita anche nel Piano Industry 4.0, offrendo delle agevolazioni aggiuntive alle PMI che vogliono investire nel digitale. A suo avviso, l’iperammortamento limitato ad un solo anno – come accade attualmente – costringe ad operare in tempi troppo stretti le imprese, specialmente quelle di piccole dimensioni. La domanda di proroga è stata già inoltrata al Ministero, che sembra disponibile ad accoglierla.

Tra le motivazioni che sostengono tale richiesta c’è l’esigenza di continuare a stimolare le imprese, anche culturalmente. Ne hanno bisogno soprattutto quelle piccole e medie, che in genere non hanno competenze digitali adeguate per effettuare scelte così onerose e complesse.
Ormai si sono mobilitate tutte le associazioni imprenditoriali, tra cui gli “Innovation Hub” di Confindustria e UCIMU, che ha già inaugurato un portale per aiutare gli imprenditori ad utilizzare gli incentivi.

L’industria digitale vale oltre 500 miliardi

Oggi l’industria digitale globale è una vera e propria miniera d’oro a 11 zeri; infatti, secondo l’ultima ricerca di Capgemini vale ormai 500 miliardi di dollari. Si tratta di una stima “conservativa”, poiché il tesoro potrebbe valere addirittura il triplo, grazie all’incremento della produttività e alla progressiva diminuzione dei costi operativi. A trainarla sono l’Europa e gli Stati Uniti che, nonostante le difficoltà che incontrano dal punto di vista esecutivo, vedono però in continua crescita gli investimenti. Per questi ultimi, le prospettive per il futuro sono rosee e vedranno aumentare di ben il 27% l’efficienza produttiva nei prossimi 5 anni, quindi il valore aggiunto dell’economia globale. Tra i segreti del successo delle nuove fabbriche intelligenti ci sono soprattutto la razionalizzazione dei costi, specialmente per materiali e riserve, ed il miglioramento della qualità (consegne puntuali, produzione veloce).
Insomma, lascia ben sperare il recente studio condotto dal “Digital Transformation Institute” di Capgemini Italia, azienda specializzata nei servizi di consulenza, Information Technology e outsourcing. L’obiettivo è stato quello di valutare una stima dell’impatto di fattori come produttività, intelligenza artificiale, IoT e big data sulle aziende, in merito alle loro caratteristiche di produttività, flessibilità e qualità. Il risultato illustrato nel report finale prevede che ben il 21% dei loro stabilimenti sarà convertito in smart factory entro il 2022. Come è facile immaginare, i settori che guideranno questo cambiamento decisivo saranno quelli in cui cui già oggi i lavoratori sono chiamati ad interagire con le macchine intelligenti: aerospazio, automotive, manifattura e difesa.

Le prime aziende a raccogliere la sfida dell’era 4.0 sono state quelle europee e statunitensi. In Francia, Gran Bretagna, Germania e USA, la metà del campione intervistato ha infatti dichiarato di avere già messo a punto fabbriche intelligenti, mentre in India solo il 28% ed in Cina un modesto 25%.
Tuttavia, il divario non è dovuto solo a fattori geografici, ma anche a quelli settoriali. In proposito, lo studio mostra che più del 60% delle aziende manifatturiere, aerospaziali e del sistema della difesa si sono orientate verso le smart factory; di contro, si avvale delle nuove tecnologie digitali solo il 37% di quelle farmaceutiche ed operanti nell’ambito “life science”.
L’industria 4.0 fa bene alle aziende perché le aiuta a migliorare fattori strategici come produttività, flessibilità ed efficienza, riducendone al tempo stesso i costi. Per esempio, le case automobilistiche potranno registrare un incremento fino al 36% del proprio margine operativo, grazie alla maggiore efficienza logistica ed economico-gestionale, all’aumento della qualità produttiva e all’utilizzo di attrezzature più performanti.

Non è certo un caso se gli investimenti nel digitale sono cresciuti in maniera costante nel tempo fino a diventare imponenti. I ricercatori di Capgemini snocciolano anche i numeri: negli ultimi 5 anni il 56% degli intervistati ha effettuato investimenti in smart factory per oltre 100 milioni di dollari; addirittura il 20% ha superato i 500 milioni. Nonostante le cifre da capogiro, non è detto però che sia sufficiente spendere (tanto) per entrare automaticamente nell’era 4.0 con successo. Lo studio si interessa anche di questo “lato oscuro”, mostrando che appena il 6% delle aziende “pioniere” è avanti nel processo di digitalizzazione, mentre solo il 14% dei titolari intervistati si è mostrato soddisfatto dei risultati raggiunti nel cavalcare il delicato cambiamento.
Questo fatto non toglie che il digitale resti la grande scommessa per il futuro. Ad avvalorare tale ipotesi ci sono anche le nuove stime fornite dallo studio di Capgemini, che vede gli investimenti in continuo aumento. In parallelo, le aziende registreranno un notevole incremento della loro produttività a livello mondiale. Ciò frutterà loro un valore aggiunto annuo di almeno 500 miliardi di dollari, che secondo la stima più ottimistica potrà arrivare anche 1.500 miliardi di dollari.

La ricerca sottolinea che attualmente ci troviamo nella zona mediana della rivoluzione industriale 4.0. Antonio Ziliani, dirigente dell’area Digital Manufacturing di Capgemini Italia, prevede che l’impatto del digitale sull’efficienza complessiva delle aziende sarà elevato. A suo avviso, i prossimi anni saranno decisivi per tutte quelle che aumenteranno le proprie capacità in questa direzione e potranno così ottenere grandi vantaggi economici grazie al significativo miglioramento delle proprie performance.