Big Data: molti dati ma anche rischi per la privacy

Nell’era moderna un utilizzo sempre maggiore dei dati ha portato alla nascita di tante opportunità, ma al tempo stesso anche di numerosi rischi. Ad affermarlo è il Garante per la privacy, l’Agenzia per le Garanzie nelle comunicazioni e l’Antitrust attraverso un comunicato congiunto del 1° giugno nel quale si dichiara che è in corso un’indagine conoscitiva, che interessa tutti i paesi dell’Unione Europea, per individuare possibili spinosità legate all’utilizzo dei Big Data e definire regole precise al fine di proteggere i dati personali e tutelare i consumatori.

Le più grandi realtà imprenditoriali moderne puntano tutto sui dati: esempi importanti sono aziende come Amazon, Alibaba, Google, Wish e Facebook che sono riuscite a crescere e ad affermarsi in un’epoca altamente competitiva proprio grazie ai Big Data. Basti pensare che attualmente la General Electric, azienda nata nel lontano 1892 è capitalizzata con circa 240 milioni di dollari, mentre Facebook, fondata poco più di 10 anni fa, nel 2004, capitalizza ben 450 milioni di dollari. Questo fa capire come gli immensi dati hanno permesso a queste aziende moderne di creare nuove e potenti infrastrutture per dominare tutti i mercati.

I Big Data includono tutta una serie di metodologie e strumenti con i quali vengono analizzate immense quantità di informazioni diverse. Grazie a sofisticati algoritmi si è in grado di conoscere tipologie e sorgenti delle informazioni per poter attuare piani di marketing vincenti. Alla luce di questi dati, i Big Data rappresentano un’enorme opportunità da sfruttare per poter avanzare nelle conoscenze e contribuire al miglioramento della qualità della vita, ma al tempo stesso il loro utilizzo senza distinzioni genera grandi rischi, con crescenti preoccupazioni e interrogativi sulle modalità con cui viene gestita questa enorme quantità di dati. I maggiori timori riguardano la tutela della privacy in quanto i comuni metodi usati per rendere anonimi i dati sono sensibili alle tecniche di data mining con le quali, attraverso un incrocio delle informazioni, è possibile individuare ogni soggetto, violando la riservatezza dei dati personali. Da tempo sono sempre di più gli esperti che chiedono una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica per introdurre delle regole a riguardo la tutela di tutti i cittadini. Nel 1995 l’Unione Europea ha emesso una direttiva per la tutela della privacy personale attuata con il “Save Harbor Privacy Principles“, accordo spesso violato dalle aziende non europee incaricate della conservazione dei dati. Le informazioni personali includono tutta una serie di notizie collegate alla vita di ogni soggetto, da nome e cognome all’indirizzo di residenza, coordinate bancarie, recapiti telefonici e tanto altro ancora.

Un noto avvocato australiano, Maximilian Schrems, ha dimostrato che ci sono grandi aziende come Facebook che gestiscono i dati privati degli utenti senza rimuoverli nemmeno quando un utente decide di cancellarsi dalla piattaforma. Diverse azioni da parte dell’avvocato sono riuscite a richiamare l’attenzione delle autorità di controllo europee che nel 2015 hanno messo in discussione l’accordo siglato in precedenza tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Successivamente, nel febbraio del 2016 un nuovo accordo, “Scudo UE-USA per la privacy“, regolamenta il flusso dei dati per proteggere i cittadini dell’Unione Europea, obbligando le aziende operanti negli Stati Uniti a migliorarne la protezione. Inoltre con l’ultimo regolamento dell’aprile del 2016, “General Data Protection Regulation“, si punta a migliorare la sicurezza dei dati personali sia all’interno che all’esterno dei confini dell’Unione Europea, normativa che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio del 2018 e che si pone l’obiettivo di semplificare la gestione delle diverse regolamentazioni vigenti nei diversi stati e di migliorare la protezione dei dati attraverso sanzioni che possono arrivare anche al 4% del fatturato per le aziende che non rispettino le regole stabilite sulla tutela della privacy.

L’indagine avviata dall’Antitrust, dall’Agenzia per le Garanzie nelle comunicazioni e dal Garante per la privacy è un primo importante passo verso la risoluzione delle problematiche legate all’utilizzo inadeguato dei Big Data.

Come adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy

Entro il termine del 25 maggio 2018 tutte le aziende dovranno adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy. Il primo passo importante da compiere è capire del grande valore che hanno i dati e del grave danno causato dalla perdita delle informazioni. Ogni azienda deve avere a disposizione tutte le notizie su eventuali società collegate aventi casa madre all’estero, come nel caso di imprenditori che aprono punti vendita di noti brand, per controllare se è già in corso un progetto per adeguarsi al nuovo regolamento e ricevere dritte su come muoversi.

Le imprese italiane devono agire autonomamente raccogliendo tutte le notizie necessarie per potersi adeguare alla nuova normativa. Ogni ditta è tenuta a studiare i diversi settori lavorativi in cui è impegnata, l’organigramma aziendale e tanto altro per riuscire a creare uno schema dettagliato di tutta l’organizzazione inserendo ruoli di competenza e tutte le informazioni che possono avere un contatto con i dati. Solo dopo avere un quadro completo della situazione è possibile stabilire se si riesce ad attuare un valido progetto per adeguarsi alla nuova norma autonomamente o se si rende necessario il ricorso a risorse esterne all’azienda.

Tutti i dati di cui l’azienda è in possesso sono risorse importantissime per questo il progetto di adeguamento al nuovo regolamento europeo deve garantire la copertura economica necessaria per effettuare l’intervento in tempi brevi ed entro la scadenza stabilita.

Per un progetto di adeguamento al nuovo regolamento sulla privacy completo bisogna raccogliere tutti i dati organizzativi dell’azienda, creare un registro contenente tutti i dati trattati, modificare i documenti esistenti per aggiornarli al nuovo regolamento, individuare ruoli e responsabilità di tutti gli individui che trattano i dati personali, definire una politica di sicurezza, valutare tutti i rischi, garantire la massima trasparenza nel trattamento dei dati personali e individuare una figura professionale da nominare responsabile del controllo dei dati trattati nel rispetto della nuova normativa.

In ogni caso per garantire il rispetto del regolamento europeo è importante identificare, comprendere e classificare tutti i requisiti richiesti per effettuare le giuste azioni di modifica dei processi del trattamento dei dati personali entro l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla privacy, ricordandosi di adempiere a tutte le disposizioni del Garante della Privacy che continueranno a restare un vigore.
Il registro dei trattamenti dei dati è un mezzo importante contenente non solo informazioni obbligatorie, ma anche dati facoltativi che possono tornare utili all’azienda.

Definire, formalizzare e implementare tutta la struttura organizzativa per potersi adeguare nel complesso alla nuova normativa richiede interventi formativi per sensibilizzare e fornire le giuste conoscenze alle figure che avranno il compito di occuparsi della protezione dei dati sia in forma diretta che indiretta, con un controllo interno da effettuare con cadenza periodica per verificare il rispetto della nuova normativa ed apportare eventuali modifiche per mettersi in regola con il nuovo regolamento europeo sulla privacy. Per garantire una procedura idonea e scoprire eventuali violazioni del regolamento è importante attuare il processo di Data Breach.

Per aiutare concretamente le imprese l’Osservatorio sulla Sicurezza e la Privacy del Politecnico di Milano ha messo a disposizione un corso webinar che approfondisce e fornisce spunti pratici per i progetti, un programma completo nel quale vengono illustrate dettagliatamente tutte le fasi da attuare per potersi adeguare alla nuova normativa europea per il trattamento dei dati personali.

Il nuovo regolamento europeo sulla privacy

La nuova normativa dell’Unione Europea in fatto privacy entrerà in vigore nel Maggio 2018. I tempi sono strettissimi e tutte le organizzazioni devono essere pronte, modificando in modo radicale la gestione dei dati che riguardano i loro clienti. Il General Data Protection Regulation (indicato con l’acronimo GDPR) prevede una serie di novità particolarmente importanti, che portano le Pubbliche Amministrazioni, i professionisti e qualsiasi azienda anche ad implementare nuove figure per la gestione dei dati sensibili in loro possesso. Il Garante per la Protezione dei dati personali ha già pubblicato la prima Guida applicativa al Regolamento e nel nostro paese le Pubbliche Amministrazioni si stanno già attivando per apportare le dovute modifiche al loro modo di agire.

Cosa cambia: la raccolta dei dati sensibili

Per poter operare in modo corretto le modifiche necessarie ai metodi di gestione dei dati sensibili è necessario conoscere i punti principali del nuovo Regolamento. Le novità riguardano sia l’effettiva metodica di manipolazione e gestione dei dati, sia i metodi di raccolta. Dal maggio 2018 infatti ogni organizzazione che richiede dei dati sensibili ad un privato cittadino con cui viene in contatto dovrà possedere il consenso all’elaborazione degli stessi; il concetto di silenzio assenso non ha più valore in questo ambito, sarà necessario ottenere un si preciso e netto. In caso di mancanza di tale elemento le autorità che si occupano della regolamentazione possono bloccare l’elaborazione e l’utilizzo dei dati. Le organizzazioni inoltre potranno richiedere al singolo cittadino solo i dati minimi necessari per il loro preciso scopo.
Il singolo utente inoltre può richiedere informazioni su chi sta elaborando i suoi dati, sul modo in cui tale operazione viene svolta e sulle motivazioni dell’elaborazione. Potrà anche richiedere la portabilità dei dati, per comunicarli ad altra organizzazione o per trasferirli definitivamente. Chiunque potrà ricorrere al Diritto all’Oblio, che ora si ampia ad ogni ambito: si potrà pretendere che i propri dati siano cancellati o che non siano in alcun modo utilizzati.

La sicurezza

In particolare il nuovo GDPR pone l’accento sulla sicurezza, inasprendo in modo pesante le sanzioni per le organizzazioni che si trovano a perdere i dati sensibili che possiedono, o a comunicarli a terze parti senza il consenso del singolo proprietario. Se si verifica una violazione della privacy, anche in modo del tutto accidentale, l’organizzazione che ha subito tale violazione (o che l’ha posta in essere) ha l’obbligo di denunciare tali avvenimenti, pena il pagamento di una pena pecuniaria pari a 20 milioni di euro, o al 4% del fatturato globale della società a livello mondiale, scegliendo tra le due cifre la maggiore. Da quanto emerge da indagini specifiche solo un’azienda su due conosce in modo preciso i nuovi obblighi stabiliti dalla legge e un numero veramente esiguo è già pronto per l’applicazione del Regolamento aggiornato.

Nuove figure professionali

Per poter gestire in modo corretto i dati sensibili in proprio possesso molte organizzazioni dovranno individuare al loro interno un Data Protection Officer (indicato con l’acornimo DPO). Il Responsabile si occuperà della gestione dei dati nelle Pubbliche Amministrazioni e in qualsiasi azienda che si occupi di gestione di dati sensibili su larga scala. Tale responsabile opererà nelle organizzazioni europee, ma non solo, in quanto il nuovo Regolamento ha validità per qualsiasi azienda che opera trattando i dati di un cittadino della Comunità Europea.

Prepararsi al 2018

Maggio 2018 è vicino e buona parte delle organizzazioni europee, o che opera in Europa, dovranno effettuare un’analisi dei dati posseduti, ma anche delle valutazioni dell’impatto sulla privacy delle operazioni svolte quotidianamente. Queste valutazioni non sono solo necessarie, ma obbligatorie per legge.

Fidelizzare i consumatori attraverso la comunicazione

L’enorme concorrenza presente tra le aziende nei vari settori economici rende difficile costruire rapporti di fiducia con i clienti. Secondo il noto dirigente d’azienda, Thomas J. Watson, che ha rivestito importanti incarichi di presidente ed amministratore delegato dell’IBM, importante realtà imprenditoriale statunitense, la fiducia è strettamente correlata con la comunicazione che si riesce ad instaurare con la clientela, chiave per fidelizzare i consumatori.

Ogni giorno gli acquirenti si trovano a visionare milioni di annunci presenti su ogni canale pubblicitario dai siti per il commercio on line alle pubblicità su blog e social media e tanto altro. Anche se grazie alla digitalizzazione delle imprese la comunicazione con le aziende è diventata molto più semplice, basti pensare alla comodità di poter acquistare qualsiasi prodotto con un semplice click utilizzando metodi di pagamento sicuri ed affidabili, si è perso il contatto diretto con i venditori e, a causa di questa presenza continua di annunci in ogni settore, i consumatori si trovano in grande difficoltà per riuscire a trovare un’azienda a cui affidarsi con fiducia.

Secondo la ricerca “Triple R“, effettuata per conto della nota azienda Ricoh, specializzata nella fornitura di prodotti e software moderni e all’avanguardia, affidata a Censuswide, oltre il 50% dei consumatori sono disposti ad acquistare di più dalle imprese che pongono attenzione alle loro richieste e necessità, ed il 42% ritiene di porre fiducia in quelle che offrono la personalizzazione dei servizi offerti. L’analisi ha preso a campione circa 4 mila consumatori in tutta Europa per riuscire a capire quali sono i fattori su cui puntare per ottenere la fiducia dei clienti.

Analizzando i dati raccolti per raggiungere l’obiettivo è importante dare importanza ai consumatori e trattarli nella loro individualità. Per riuscire in quest’impresa e rendere la comunicazione più efficiente, le aziende devono concentrarsi su tre fasi fondamentali: l’analisi dei dati, il coinvolgimento del cliente e l’interazione con i consumatori.

Attraverso l’analisi dei dati ogni impresa deve lavorare sfruttando tutte le informazioni di cui è in possesso per conoscere meglio la propria clientela e le singole necessità, elemento fondamentale per poter personalizzare il servizio da offrire e conquistare la loro fiducia. Tutti gli imprenditori devono acquisire la consapevolezza che in mancanza di una profonda conoscenza delle richieste degli acquirenti qualsiasi prova finalizzata ad individualizzare il servizio è destinata a fallire.
Dai dati della ricerca, la metà degli intervistati ritiene che le imprese forniscano assistenza alla clientela in tutta la fase pre-vendita, abbandonandola subito dopo l’acquisto. Studiare scontistiche speciali è una tattica vincente per fidelizzare il cliente ed invogliarlo ad acquistare altri prodotti di suo interesse presso l’azienda. Da non sottovalutare le dichiarazioni riguardo customer experience negative che mettono in risalto come la mancanza di coinvolgimento porti il consumatore verso la concorrenza, alla ricerca di aziende che siano in grado di offrirgli di più.

La comunicazione bilaterale è un aspetto indispensabile per poter trasmettere fiducia ai clienti. Dallo studio è emerso chiaramente che oltre il 40% degli acquirenti comunica con le imprese attraverso messaggi di posta elettronica. Infine quasi il 50% ha dichiarato di considerare la velocità come uno degli elementi fondamentali per essere fedeli al brand seguito. Attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che permettono di comunicare in tempo reale con i consumatori è possibile offrire risposte con grande rapidità, dando un’immagine aziendale di professionalità e competenza.

In conclusione solo raccogliendo ed analizzando i dati seguendo i passi illustrati in precedenza è possibile fidelizzare i consumatori. La ricerca “Triple R” inoltre focalizza l’attenzione sulla necessità di utilizzare le informazioni cercando di non superare il limite tra l’interesse per il cliente e l’invadenza, ricordando che tutti i dati di cui si è in possesso devono essere utilizzati solo per finalità dichiarate e note al cliente, per le quali è stato rilasciato il consenso. Per l’89% dei consumatori presi a campione le comunicazioni non mirate portano il cliente ad allontanarsi dall’azienda e a perdere la fiducia riposta in precedenza. Trasparenza e chiarezza sono alla base di un rapporto di fiducia, valore difficile da conquistare e mantenere stabile nel tempo. La comunicazione prima, durante e dopo la vendita è la chiave per il successo e per riuscire a fidelizzare la clientela.

Lo scetticismo verso la trasformazione digitale delle imprese

Che il cambiamento sia al centro dell’agenda relativa allo sviluppo del sistema economico e industriale del Paese è un dato pienamente assodato. Lo stesso intervento governativo che punta a creare una fitta rete di incentivi per l’affermazione del modello Industry 4.0 dimostra come si stia indirizzando la crescita verso un nuovo approccio, che per la prima volta pone il cambiamento come perno del futuro dell’impresa. Questo mutamento è legato alla presa d’atto che il cambiamento non è più un’opportunità da cogliere e per ciò stessa eventuale. Ma è una necessità che si impone per sopravvivere in un contesto internazionale sempre più caratterizzato da un alto tasso di competitività in cui la trasformazione digitale gioca un ruolo determinante. Da essa infatti deriva la capacità non solo di potersi confrontare con i mutamenti tecnologici in continua crescita ma anche la possibilità di restare nel mercato con una piena sostenibilità dei costi.

La trasformazione digitale è infatti una delle chiavi per ottimizzare gli equilibri di finanza interna consentendo di valorizzare risorse umane e prodotto.
Ma come spesso capita si fa presto a dire cambiamento quando si parla di aziende e trasformazione digitale. In realtà alla generale condivisione – almeno in teoria e a parole – che prevale nel dibattito economico sulla necessità di traghettare il sistema imprenditoriale italiano verso un profondo cambiamento, non corrisponde nei fatti un sentimento positivo. Anzi, a prevalere è un profondo senso di scetticismo.

A dirlo con numeri davvero sorprendenti, almeno per certi aspetti, è un recente studio condotto dalla società di ricerca Idc su mandato di Cornerstone OnDemand, che è fra la principali società mondiali di consulenza sulle risorse umane.

Nel management delle aziende italiane è radicato infatti il convincimento che il cambiamento sia tutt’altro che un traguardo a portata di mano. Tra i maggiori fattori di ostacolo individuati, spiccano la generale resistenza al cambiamento delle persone, l’inadeguatezza delle scelte direzionali e a seguire la mancanza di risorse adeguate per poter sostenere i necessari passaggi verso il cambiamento.
Un quadro decisamente pessimista che fornisce però uno spaccato di sicuro interesse per quelle realtà che credono fortemente nella digital transformation.

Vista non più come un’opportunità eventuale su cui indirizzare risorse ed investimenti ma come una necessità senza cui si verrà esclusi da un mercato in cui a rimanere in piedi saranno soltanto quelle realtà capaci di seguire ed essere un passo avanti ai principali percorsi evolutivi.

Lo studio però non si limita a fornire un quadro sconfortante. Si occupa infatti di dare voce ad una serie di proposte. Ad iniziare dalla valorizzazione dei talenti che devono essere preservati e di cui bisogna disincentivare pericolosi esodi verso altre realtà concorrenti. Investire sulle risorse umane è ritenuto il primo passaggio per cogliere la locomotiva del cambiamento. Correlato a questa priorità vi è l’auspicio da parte dei responsabili delle strutture Hr delle realtà intervistate, che diventerà decisiva la capacità di realizzare una nuova modulazione dei meccanismi di incentivazione alla crescita delle risorse umane. Incentivi che dovranno essere orientati a valorizzare competenze e capacità in un’ottica decisamente più meritocratica di quanto sovente riscontrato.

Infine lo studio permette di avere un ulteriore elemento per valutare quale sia lo stato di percezione del cambiamento fra i responsabili delle risorse umane. Qui a emergere è uno stato mentale più che un realtà, caratterizzato da un senso di inferiorità nei confronti delle altre nazioni. Se i paesi dell’area europea nord continentale si contraddistinguono per una coscienza molto forte che li fa sentire all’altezza degli altri paesi in materia di digitali transformation e addirittura superiori ad altri Paesi, in Italia la situazione è decisamente diversa. A farsi strada è infatti un profondo senso di inferiorità che è legato molto ai fattori individuati in premessa ma anche ad una generale sfiducia nel sistema Paese.

Insomma la trasformazione digitale necessita non solo di tecnologie avanzate ma anche di un rinnovato sentimento di fiducia che deve radicarsi oltre che negli imprenditori e nel top management chiamato a compiere scelte decisive per lo sviluppo, anche fra i responsabili delle strutture human resources.

Queste figure apicali oltre ad essere determinanti per la selezione e la valorizzazione dei talenti, risulteranno decisive per diffondere un clima di fiducia e di partecipazione al cambiamento di tutte le strutture aziendali realizzando un tassello imprescindibile per portare a termine qualsiasi percorso di cambiamento.

Il ruolo dei big data nel futuro

Tra le conseguenze dell’aumento delle informazioni e dei dati che ogni giorno vengono prodotti dalla rete c’è sicuramente l’avvento dei Big Data.

Difficile dare una definizione univoca di cosa siano i Big Data. Di certo si può affermare senza errore che questo tipo di dati si distinguono dai cosiddetti small data, in termini quantitativi, qualitativi e di velocità. Tutti aspetti, in articolare la velocità, considerati determinanti dalle azioni commerciali intraprese dalle aziende.
Prima di addentrarsi nella descrizione dei loro utilizzi attuali nonché di quelli che potranno trovare in futuro una loro applicazione occorre compiere un’ulteriore specifica.

Attualmente internet produce una quantità di dati superiore a quella mai generata finora. La progressione quantitativa in questo senso è impressionante, basti pensare che negli ultimi due anni questa dimensione è raddoppiata. La sfida attuale per le imprese è non solo la gestione di questi enormi flussi di informazione, ma è la capacità di integrarli in un’ottica di sviluppo interno. Parliamo di dati che rispetto al passato necessitano di attività molto più complesse di gestione, non si tratta solo di dati strutturati come accadeva negli anni precedenti. Oggi, nei big data, rientrano anche informazioni non strutturate come immagini e file audio che portano con sé un’altra potenziale criticità in termini di gestione. I dati infatti non sono dotati di un’automatica certificazione di veridicità il che pone nella condizione di compiere attività di selezione e filtraggio naturalmente caratterizzate da problematiche specifiche. Il tutto in relazione ovviamente agli utilizzi che ogni singola realtà imprenditoriale dovrà fare rispetto alle proprie finalità industriali.

In questo ambito risiede un altro traguardo decisivo. Le imprese fino ad oggi hanno dovuto gestire solamente dati di flusso interno: small data. Oggi dovranno valorizzare questo “piccolo” patrimonio attraverso un’oculata e produttiva integrazione con la mole di dati esterni alla propria azienda. Se inizialmente si era diffusa l’idea che la gestione dei big data fosse appannaggio esclusivo delle grandi realtà aziendali, oggi si è fatta largo la consapevolezza che queste informazioni debbano entrare a pieno titolo nella gestione quotidiana di tutte le aziende che siano orientate verso la customer centricity: vero fulcro di un’economia sempre più impostata sulla personalizzazione dei servizi e dei prodotti.

Importare, leggere ed elaborare dati esterni all’azienda consentirà infatti di acquisire conoscenze utili a compiere azioni mirate sul mercato. Non solo in termini di marketing ma anche di elaborazione del prodotto. Come ovvio i canali di acquisizione in rete sono molteplici e molto differenti fra loro. Da siti istituzionali capaci di offrire report e statistiche ufficiali su particolari tipi di mercato ai flussi di informazione che provengono dai social network. Questi ultimi non sono dotati di alcun tipo di certificazione ma necessitano di un’elaborazione che sia in grado di collocarne correttamente i contenuti in un’ottica di targettizzazione mirata. I social network sotto questo punto di vista possono diventare il primo terreno di prova per testare l’efficacia di campagne di marketing e il lancio di nuovi prodotti, ad esempio con infinite possibilità di declinarne potenzialità in relazione a territori, fasce di età e ogni tipo di parametro utile ad ottenere la migliore profilazione commerciale possibile.

Quanto ai costi le piccole realtà non devono lasciarsi impressionare. Se sul mercato sono presenti costosissimi software, parallelamente si stanno diffondendo software open source dai costi decisamente più accessibili. Oltre a questo, occorre puntare sulla valorizzazione delle risorse interne nonché sullo sviluppo di collaborazioni con università e centri di ricerca specializzati in questo settore ed orientati ad offrire utili servizi di consulenza tecnica.

La crescita imprese italiane dipende da big data e e-commerce

Negli ultimi anni la rivoluzione digitale ha cambiato sensibilmente le nostre abitudini quotidiane e interessato un gran numero di settori lavorativi attraverso servizi veloci e altamente affidabili. Con tali premesse è facile immaginare come lo sviluppo economico futuro non possa assolutamente prescindere da una innovativa crescita digitale. I dati dello studio Intesa San Paolo e Cisco hanno infatti confermato la crescente importanza dell’economia digitale. Secondo le previsioni, le piccole e medie imprese nei prossimi tre anni punteranno molto forte su big data e e-commerce. Le Pmi italiane intendono realizzare progetti interessanti per l’analisi dei dati e per migliorare ulteriormente i processi di vendita online.

Secondo lo studio condotto da Intesa Sanpaolo, Tag Innovation School e Cisco, su un campione di più di 500 aziende, tra i punti chiave di crescita digitale delle Pmi figurano l’uso dei big data, il potenziamento dell’e-commerce e la contaminazione con le startup. Nei prossimi 3 anni le piccole e medie imprese italiane ritengono di aver bisogno soprattutto di figure professionali quali digital marketing specialist, data analyst e digital officer. Invece tra i traguardi da raggiungere dalle Pmi in tema di innovazione digitale troviamo ai primi posti la riduzione dei costi e l’aumento della produttività. In base alle risposte delle imprese che hanno partecipato al questionario, i principali obiettivi della digital transformation sono quelli di migliorare le relazioni con la clientela e l’organizzazione interna.

Vittorio Meloni, direttore relazioni esterne del Gruppo Intesa Sanpaolo, ha sottolineato come l’innovazione, la formazione e la trasformazione digitale siano elementi importantissimi per la crescita delle aziende italiane. Un dato confermato anche dall’indagine effettuata da alcuni ricercatori del Master Digital Transformation. In questa direzione Intesa Sanpaolo propone a giovani, piccole e medie imprese e startup l’esplorazione di innovative soluzioni finanziarie, tecnologiche e formative anche mediante inediti percorsi professionali.

Sulla stessa lunghezza d’onda Enrico Mercadante, uno degli uomini di punta di Cisco Italia. Anche secondo Mercadante, infatti, la digitalizzazione per la crescita di un’impresa è un aspetto fondamentale e imprescindibile. Sempre secondo quanto affermato dal responsabile per l’innovazione, le architetture e la digital transformation di Cisco, le aziende sono consapevoli dell’importanza dell’utilizzo del digitale per cambiare i processi interni e l’organizzazione, allo scopo di migliorare l’efficienza, attrarre nuovi talenti e rafforzare la collaborazione. Mercadante ha ribadito anche l’importanza delle alleanze, in quanto la digitalizzazione non può essere un obiettivo da raggiungere da soli.

Un quadro complesso con obiettivi da raggiungere nel giro di qualche anno, per questo motivo per favorire la trasformazione è stato istituito un Master in Digital Transformation. Il Master vanta 20 studenti opportunamente selezionati e 20 borse di studio. Il percorso formativo itinerante per formare le figure professionali in grado di accelerare la trasformazione digitale si articolerà in 12 settimane nelle aule di Talent Garden Milano e in 6 settimane presso alcune aziende sparse sul territorio nazionale. Il via del tour è previsto per il prossimo 29 maggio e interesserà ben 6 città italiane: Torino, Padova, Firenze, Bologna, Roma e Napoli. Un progetto davvero interessante che mira a formare i consulenti adatti a supportare le imprese nel difficile processo di digitalizzazione del business. Un compito certamente non facile, ma le basi per riuscire nell’intento sono davvero incoraggianti.

La digitalizzazione delle imprese italiane

Cosa significa digitalizzare un’impresa

Con l’evoluzione delle nuove tecnologie avvenuta negli ultimi anni si parla sempre più frequentemente di digitalizzazione delle imprese, un fenomeno che sta letteralmente rivoluzionando i procedimenti aziendali attraverso la creazione e l’utilizzo di gestionali completamente nuovi. La digitalizzazione delle imprese viene spesso confusa con l’avvento di tecnologie che favoriscono i processi produttivi e di archiviazione, denominato comunemente Rivoluzione 4.0.
Qui il fenomeno è ben diverso, perché quando si parla di digitalizzare l’impresa si parla anche di adottare un sistema di pensiero economico e sociale completamente differente, che parta dalla struttura stessa dell’azienda. La modificazione dell’impresa passa attraverso tre strutture principali, che sono:
il modello di business;
la produzione;
l’attività
Per fare in modo che questa digitalizzazione sia davvero efficace, è necessario coinvolgere tutte queste tre dimensioni in un progetto di scambio di logiche e di informazioni tra le aree stesse. Nei paragrafi che seguono conosceremo nel dettaglio i possibili sviluppi aperti dalla digitalizzazione.

La digitalizzazione nel modello di business

Quando si parla di digitalizzazione dei modelli di business si fa riferimento alla condivisione di informazioni riguardanti i prodotti ed i servizi offerti da un’impresa. Lo scopo della digitalizzazione dei modelli di business è sostanzialmente quello di aumentare il know-how dell’azienda, tramite la condivisione di dati e l’offerta di servizi aggiuntivi relativi ai prodotti venduti.

La digitalizzazione nella produzione

Lo sviluppo di macchinari più efficaci ed efficienti dal punto di vista tecnologico, insieme alla loro introduzione nelle aziende, permetterà una crescita di queste ultime di oltre il 25%, conferendo loro la possibilità di fare fronte ad una domanda crescente ed in continua evoluzione. Inoltre, la varietà di macchinari e di strumenti introdotti darà la possibilità di soddisfare sia le esigenze delle grandi imprese sia delle ditte medio piccole, vista la loro applicabilità in produzioni di massa ed in produzioni di nicchia.

La digitalizzazione nelle attività

Infine, ultima per ordine ma non certo per importanza, è la digitalizzazione nelle attività. Questo tipo di digitalizzazione implica lo sviluppo di conoscenze digitali che permetta ad un’impresa di avere un flusso di informazioni maggiore tra tutti gli attori coinvolti nella filiera e, di conseguenza, una migliore gestione delle risorse. La compenetrazione tra i vari settori contribuisce a rendere l’impresa agile e a farla diventare più competitiva, in quanto le consente di comprendere meglio le richieste del mercato.

Come si sviluppa la digitalizzazione: SAP

Le attività che abbiamo nominato nei paragrafi precedenti hanno lo scopo di introdurre all’interno di una ditta una serie di innovazioni dalle quali, in un mercato caratterizzato dal dominio della tecnologia, essa non può assolutamente prescindere. Il fenomeno della Industry.4, insomma, si articola in processi riguardanti le varie fasi dell’attività d’impresa.
Il partner che occupa la posizione più rilevante nell’innovazione digitale dell’impresa è SAP,  un gestionale completamente nuovo che viene usato per diminuire il carico burocratico-amministrativo di molte operazioni aziendali, oltre che per rendere le fabbriche più efficienti e gestire le scorte in modo migliore.

Il posizionamento online: l’importanza della SEO

Un altro aspetto considerato importante nella digitalizzazione delle imprese è il posizionamento online, detto anche SEO (Searching Engine Optimization). La creazione di contenuti online interessanti ed attrattivi per il cliente è un passaggio fondamentale verso lo scambio reciproco di informazioni e l’instaurazione di un rapporto di collaborazione all’esterno dell’impresa. L’evoluzione di Internet, a questo proposito, serve alla creazione di campagne promozionali, al miglioramento della propria link building e praticare l’attività di marketing online, molto utile ad affrontare un mercato sempre più mutevole ed in continua evoluzione.

Open Innovation: cos’è e come fa crescere l’impresa

La creazione del valore sta oltrepassando sempre più i confini dell’impresa, aprendosi alle contaminazioni esterne. Oggi nel processo sono coinvolte le startup, le università e tutte quelle persone in grado di offrire un contributo innovativo alle aziende, mettendo a loro disposizione idee e know-how.

Che cos’è l’Open Innovation

L’espressione “open innovation” (innovazione aperta) fu coniata dal noto economista e docente statunitense Henry Chesbrough, autore di “The era of open innovation“. Si tratta di un saggio illuminante pubblicato nel 2003, dove egli analizzava gli effetti negativi della globalizzazione sui processi di “Ricerca & Sviluppo“, diventati sempre più onerosi e rischiosi a causa dell’accorciamento del ciclo di vita dei prodotti. A suo avviso, il modello della “closed innovation” (innovazione chiusa) non era più sufficiente nel nuovo millennio, in quanto relegava la ricerca all’interno degli stretti confini aziendali. Al contrario, quello dell’open innovation avrebbe reso le imprese maggiormente competitive sul mercato grazie all’acquisizione di strumenti e competenze tecnologicamente avanzate provenienti dall’esterno (da startup, università, enti di ricerca, consulenti, ecc.).

Perché l’Open Innovation fa bene alle aziende tradizionali

Mentre il paradigma dell’innovazione chiusa si avviava al tramonto, cominciavano a farsi largo aziende – si pensi a quelle della Silicon Valley americana – che puntavano su un modello di business ed un approccio al mercato del tutto rivoluzionari rispetto al passato.
La collaborazione con altre aziende più avanzate, per esempio in ambito digitale, oggi è un imperativo categorico più che un’opzione, in quanto le imprese che restano chiuse in se stesse rischiano di pagarne duramente le conseguenze bruciando tempo e (molto) denaro.
Uno studio condotto dalla società Accenture dimostra che la partnership tra aziende e startup può generare addirittura una crescita del 2,2% del Pil globale (1,5 trilioni di dollari c.a.) e dell’1,9% del Pil nazionale (35 miliardi di euro).
Grazie all’open innovation un’azienda può acquisire le innovazioni “in vendita” ed integrarle proficuamente all’interno del proprio business. In tal modo riesce a ridurre il tempo tra l’elaborazione dell’idea di prodotto alla sua immissione sul mercato (time to market), un aspetto decisivo per guadagnare in competitività.

Come fare Open Innovation

L’open innovation può essere attuata da un’azienda in molti modi, per esempio tramite:
accordi inter-aziendali, dove delega un’altra generalmente di dimensioni inferiori a creare innovazioni o prodotti;
sovvenzionamento di startup, dove sostiene quelle che hanno elaborato le soluzioni più promettenti;
hackathon, ossia aprendo un contest di programmazione per gli innovatori su un tema specifico della durata di 24 ore;
acquisizione e/o creazione di acceleratori di startup;
– condivisione di idee e innovazioni mediante attività di networking, eventi e convegni;
partnership con università e centri di ricerca.

Casi di successo: Google, Samsung, Novartis Pharma, Enel

Il modello dell’open innovation è già stato recepito dalle più grandi aziende del mondo. Tra di esse non poteva certo mancare Google, la quale sostiene che l’innovazione può provenire da qualsiasi parte (“Innovation comes from anywhere”). L’azienda americana è molto attiva nella promozione di scambi con le startup, che acquisisce o finanzia attraverso il programma Google Ventures.
Non è da meno la coreana Samsung, che ha già aperto dei centri dedicati all’open innovation, di cui uno proprio nella Silicon Valley, oggi cuore pulsante dell’innovazione globale.
Anche la svizzera Novartis Pharma punta sull’open innovation, tanto che il dirigente dell’Area Europa, Guido Guidi, ha dichiarato che “l’innovazione che si basa solo sull’interno non è più sufficiente“. La multinazionale farmaceutica ha promosso BioUpper, una competizione per startup, e si è dotata anche di un fondo di “venture capital” per sostenere nuove aziende nel campo delle scienze della vita.
Il colosso nostrano Enel ha già sostenuto progetti “open surce” nel settore dell’energia pulita, partecipando al superacceleratore “iNCENSE“, appoggiato anche dall’Unione Europea con il programma “Fireware“. Lo stesso responsabile dell’innovazione, Ernesto Ciorra, ha ribadito quanto sia importante oggi per un’azienda la contaminazione con le startup.
La World Open Innovation Conference ha concluso che il modello dell’open innovation è entrato ormai in una fase di maturità nei Paesi che lo hanno adottato da più tempo. Da questo punto di vista, l’Italia va un po’ più a rilento ma qualcosa si sta muovendo. Infatti non le mancano i presupposti per adottare in maniera diffusa questo paradigma nei prossimi anni.

Fonte: Digital4biz.

I sistemi ERP e l’industria del futuro

In un sistema ERP l’ottimizzazione dei processi organizzativi aziendali passa dall’integrazione di dati e informazioni riguardanti i materiali impiegati nei flussi operativi, con il coordinamento dei processi decisionali della stessa impresa.

L’azienda, organizzata con questa modalità, riesce a fare di sé un sistema aperto, in cui il dialogo tra tutti i comparti operativi e il mondo esterno risulta un flusso continuo, uno scambio costante di input e output, in cui operare evitando sprechi e scorte eccessive di magazzino diviene una good practise da implementare costantemente.

In quest’ottica, il piano presentato dal ministro Calenda per l’operatività dell’Industria 4.0 va accolto come un ulteriore passo verso l’informatizzazione delle PMI.

Il piano ha un valore di 13 miliardi di euro da distribuire in 3 anni. Prevede misure a sostegno di quel più che mai necessario processo di digitalizzazione di cui le imprese hanno bisogno per sostenere le sfide già attuali ma decisive nella direzione futura. Via libera, dunque, a sgravi fiscali, supervalutazioni e fondi di garanzia per chi investe nei cosiddetti “nove pilastri” di quella che è, oramai, definita la quarta rivoluzione industriale.

Le offerte sono infinite e le possibilità di crescita davvero allettanti, ma come faranno le imprese a orientarsi in questo enorme mare di novità tecnologicamente avanzate è quello che, ad esempio, si chiede Carlo Capè, “amministratore Delegato di Bip e presidente di Assoconsult“.

Perché se la sfida è integrare i processi aziendali, facendo comunicare tra loro comparti diversi e utilizzando nuove tecnologie tramite l’acquisizione di brevetti di ultima generazione, il rischio che emerge, forte più che mai, è di perdersi di fronte alle enormi potenzialità ricavabili da questi sviluppi.

Basta, infatti, una stampante 3D per rivoluzionare il processo operativo di un’azienda e i brevetti vengono presentati con un ritmo che si è moltiplicato per 12 volte in pochi anni.

In questa immensa “Smart Factory” l’azienda deve ricavare la sua strada, orientarsi fino a trovare la risposta personalizzata capace di soddisfare le proprie esigenze di business.

Ecco che accanto a nuovi strumenti si rivela la necessità di competenze aggiornate e, soprattutto, di altri professionisti che le posseggano.

Sempre il presidente Capè individua questo ruolo nelle figure del “Chief Information Officer e Chief Innovation Officer“.

Partiamo dal primo. Il “chief information officer” può essere definito, più tranquillamente, il direttore informatico, responsabile dell’Information Technology. E’ un esperto nelle tecnologie virtuali e della comunicazione. Il suo ruolo sta nel coordinare ogni aspetto relativo alla strategia informatica adeguandolo, poi, alle infrastrutture aziendali e coordinandolo agli obiettivi della stessa.

Il “chief innovation officer” è, invece, un esperto del cambiamento, responsabile nella gestione dei processi innovativi interni all’azienda. A questa figura è richiesto di dirigere in termini esecutivi il processo di change management, ricavato dall’implementazione di tecnologie avanzate e in continua evoluzione.

Laddove le aziende sembrano rimanere ancorate a vecchi modelli di business, non riuscendo a staccarsi da pratiche consolidate e obsolete, il manager del cambiamento trova nell’innovazione una risorsa primaria per le aziende che vogliano mantenere una posizione competitiva sul mercato.

Accanto alle figure che abbiamo appena descritto, Capè individua altri ruoli, figure esperte nel gestire singoli aspetti del processo di cambiamento verso una dimensione digitale complessa ed efficace.

Eccoli brevemente: “Architetti delle infrastrutture hardware e delle applicazioni software, Data Scientist esperti di intelligenza artificiale e di reti neurali artificiali, Product Designer ed esperti di user experience e, ancora, esperti di social innovation e di co-creation, di marketing e di comunicazione“.

La sfida dell’informatizzazione è definitivamente alla portata delle PMI. Esse non sono sole, potendo contare su tutta una rete di interlocutori esperti in grado di supportarle in questo delicato processo di transizione.