Big Data: molti dati ma anche rischi per la privacy

Nell’era moderna un utilizzo sempre maggiore dei dati ha portato alla nascita di tante opportunità, ma al tempo stesso anche di numerosi rischi. Ad affermarlo è il Garante per la privacy, l’Agenzia per le Garanzie nelle comunicazioni e l’Antitrust attraverso un comunicato congiunto del 1° giugno nel quale si dichiara che è in corso un’indagine conoscitiva, che interessa tutti i paesi dell’Unione Europea, per individuare possibili spinosità legate all’utilizzo dei Big Data e definire regole precise al fine di proteggere i dati personali e tutelare i consumatori.

Le più grandi realtà imprenditoriali moderne puntano tutto sui dati: esempi importanti sono aziende come Amazon, Alibaba, Google, Wish e Facebook che sono riuscite a crescere e ad affermarsi in un’epoca altamente competitiva proprio grazie ai Big Data. Basti pensare che attualmente la General Electric, azienda nata nel lontano 1892 è capitalizzata con circa 240 milioni di dollari, mentre Facebook, fondata poco più di 10 anni fa, nel 2004, capitalizza ben 450 milioni di dollari. Questo fa capire come gli immensi dati hanno permesso a queste aziende moderne di creare nuove e potenti infrastrutture per dominare tutti i mercati.

I Big Data includono tutta una serie di metodologie e strumenti con i quali vengono analizzate immense quantità di informazioni diverse. Grazie a sofisticati algoritmi si è in grado di conoscere tipologie e sorgenti delle informazioni per poter attuare piani di marketing vincenti. Alla luce di questi dati, i Big Data rappresentano un’enorme opportunità da sfruttare per poter avanzare nelle conoscenze e contribuire al miglioramento della qualità della vita, ma al tempo stesso il loro utilizzo senza distinzioni genera grandi rischi, con crescenti preoccupazioni e interrogativi sulle modalità con cui viene gestita questa enorme quantità di dati. I maggiori timori riguardano la tutela della privacy in quanto i comuni metodi usati per rendere anonimi i dati sono sensibili alle tecniche di data mining con le quali, attraverso un incrocio delle informazioni, è possibile individuare ogni soggetto, violando la riservatezza dei dati personali. Da tempo sono sempre di più gli esperti che chiedono una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica per introdurre delle regole a riguardo la tutela di tutti i cittadini. Nel 1995 l’Unione Europea ha emesso una direttiva per la tutela della privacy personale attuata con il “Save Harbor Privacy Principles“, accordo spesso violato dalle aziende non europee incaricate della conservazione dei dati. Le informazioni personali includono tutta una serie di notizie collegate alla vita di ogni soggetto, da nome e cognome all’indirizzo di residenza, coordinate bancarie, recapiti telefonici e tanto altro ancora.

Un noto avvocato australiano, Maximilian Schrems, ha dimostrato che ci sono grandi aziende come Facebook che gestiscono i dati privati degli utenti senza rimuoverli nemmeno quando un utente decide di cancellarsi dalla piattaforma. Diverse azioni da parte dell’avvocato sono riuscite a richiamare l’attenzione delle autorità di controllo europee che nel 2015 hanno messo in discussione l’accordo siglato in precedenza tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Successivamente, nel febbraio del 2016 un nuovo accordo, “Scudo UE-USA per la privacy“, regolamenta il flusso dei dati per proteggere i cittadini dell’Unione Europea, obbligando le aziende operanti negli Stati Uniti a migliorarne la protezione. Inoltre con l’ultimo regolamento dell’aprile del 2016, “General Data Protection Regulation“, si punta a migliorare la sicurezza dei dati personali sia all’interno che all’esterno dei confini dell’Unione Europea, normativa che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio del 2018 e che si pone l’obiettivo di semplificare la gestione delle diverse regolamentazioni vigenti nei diversi stati e di migliorare la protezione dei dati attraverso sanzioni che possono arrivare anche al 4% del fatturato per le aziende che non rispettino le regole stabilite sulla tutela della privacy.

L’indagine avviata dall’Antitrust, dall’Agenzia per le Garanzie nelle comunicazioni e dal Garante per la privacy è un primo importante passo verso la risoluzione delle problematiche legate all’utilizzo inadeguato dei Big Data.